1000 parole
della rivoluzione e dell'inedia
un mio vecchio racconto, attuale più che mai.
La rivoluzione e’ una cosa seria.
Oi oi che
dolore il dolor di vivere appena di striscio, che dolore appena accennato, che
stupido color di maniscalco senza
scalpo, di pescherie senza polpo,
di piazze e strade senza popolo, di tane senza cuccioli, e di fuochi senza
legni.
Assenze pesanti almeno quanto un aliante di ferro, di
ghisa, di mattine con la bisa, che ti stacca le dita dal gelo di neve e di
metallo che urla come un gallo senza pollaio, in attesa che il solaio venga
approvato dalla commissione edilizia che con furbizia e scaltrizia si
impossessa della bustarella e del francobollino appena spediti da Torino o da
Lerino, la stazione del trenino. Oi oi che dolor vivere di affanni in salita,
correr tutti giorni e riposarti solo quando sei morto. Ma tutti i giorni la
carota si allontana e fa tana, libera per lei e libera per tutti, nascondino
mai passato non nel senso del verbo, ma nel senso del gioco e già che giochi,
gioca responsabile, è un consiglio della presidenza dei ministri, fuma
responsabile, quindi vizia l’anima tua e possibilmente quella dei tuoi figli,
che sbadigli. Ma di ordigni non se ne parla, o si teme di non avere le palle?
Di ordigni che dopo il BUM! abbiano un BOOM, un effetto
boomerang come un ordigno che se lanciato, torna indietro, ecco perché nessuno
fa la rivoluzione.
È colpa dell’elastico ritorno di fiamma, da non
confondersi con il ritornello di fiammetta, che è suo fratellino, ma comunque
della stessa calda famiglia tornindietro.
Dicevamo della rivoluzione non intesa come moto astrale,
ma intesa come scioperi, sommosse, tumulti e barricate, rifiuto del sistema,
come se i polli di un allevamento all’unisono decidessero di non voler più
essere né allevati né spennati, neanche smutandati, direi che il primo pollo
non si scorda mai, come il primo amore, dunque come si chiamava?
Il primo di
una lunga lista di amori e di polli e perché no anche entrambi insieme. Perché
i polli non si innamorano? Si innamorano eccome, conobbi un pollo una volta.
Parlammo a lungo, mentre cuoceva. Parlammo circa un ora poi lo mangiai, ma in
quell’ora di acquolina, me ne disse tante, sia del suo primo amore che
dell’ultimo. Ma non mi disse mai chi fossero, temeva per la loro sorte.
La rivoluzione, già. L’ultimo nostalgico rivoluzionario
tropicale, ha lasciato una bella scia, come una lumaca col sigaro che lascia
due scie la prima umida, la seconda fumosa.
E se ne parla ancora. La puntualità è alla base della
rivoluzione. (non so chi l’ha detto, ma lo sento dai tempi quattro quarti
solfeggiati della scuola.) Quindi in
Italia non se ne faranno mai, anche perché il solfeggio è ritmo, è matematica,
e noi fondamentalmente siamo dei poco pensatori, siamo dei classici, abbiamo
avuto tanta di quella storia, da non avere bisogno anche della matematica.
Dovremmo affidarci a chi il solfeggio lo sa fare davvero,
ai matematici, alla gente puntuale. Si una bella rivoluzione commissionata a
qualche manipolo di venturieri assoldati, come dire, tornando alla musica sol
dati del sol, ripeto, non come astro luminoso ma come quinta nota.
Un manipolo musicale che ripeta con classe la stessa
sol-fa per la quale noi non siamo portati.
E che rivoluzioni per noi, già non sarebbe una cattiva
idea, noi aspettiamo ai tavolini del bar e loro rivoluzionano per noi. Andiamo
lì quando tutto è finito, le teste mozzate, il sangue ripulito, le barricate,
sbarricate, mica si può stare senza mobili in casa!!! Soprattutto le tivù! Non
possiamo mica stare senza la domenica sportiva!
Saremo dei perfetti postrivoluzionari. Di noi potranno
parlare i libri di storia, nuovamente, si proprio mente nuova, perché solo con
una nuova mente si potrà ridisegnare la storia e raccontare il disegno, di
quale segno poi non si saprà mai, di che segno potrà essere mai una
postrivoluzione? Magari della bilancia, tanto per non fare torto a nessuno, ma
visto che una torta è meglio di un torto, allora parleremo solo al femminile,
per essere più dolci e più grassi, già potremmo andare avanti a torte, mentre si
rifà la costituzione per esempio.
Ma che diamine! Direi che è proprio quello che ci vuole. Chi
è che ci vuole? Quello? E cosa vuole da noi? Nessuno l’ha mai scoperto, anche
perché mentre dorme si chiude a chiave e viene un po’ difficile scoprirlo.
Comunque mi fate sempre perdere il filo, per una volta che voglio cucire,
imbastire, trapuntare, mi ritrovo solo con l’ago. Non in senso di grande bacino
idrico, che non è un bacio con molta saliva, insomma un po’di ordine! Parlavo
di un ago! Ora non ricordo neanche più a cosa mi servisse un ago, forse a
bucarmi una bolla del calcagno, questo perché mi compro le scarpe strette
illudendomi di risparmiare.
Non so che ne faccio ora di questo ago. Per ora
lo appunto qui e poi vedrò,anzi prendo un appunto per ricordarmi di dove lo
appunto. Appunto, dicevo, un ago non mi servirà mica per fare una rivoluzione!
Ci vogliono le bombe! Ma senza crema perché non le digerisco e il fritto si sa
è già pesante di per sé. Le bombe. Già ma dove le dobbiamo procurare? Si,
perché non le trovi mica al market. Ma
non abbiamo detto che la diamo in appalto la rivoluzione? Già è vero…allora le
bombe le mettono loro!
Perfetto. Non ci avevo pensato, anche perché si sa, noi
qui in questo paese del libero pensiero, pensiamo poco, troppo poco, per quello
che lo chiamiamo libero pensiero, se ne và dovunque tranne che rimanere nella
nostra testa; l’abbiamo anche cantato forse nell’unico momento in cui lo
stavamo usando: va pensiero… infatti da allora…puff…Ma ora, pensare richiede
sforzo e noi non abbiamo più voglia di sforzarci, almeno non per quello. E
anche i nostri pensieri non hanno più voglia di sentirsi sprecati rimanendo
nella mente di chi non fa niente. Se ne vanno dove potranno essere più
apprezzati, trasformati in azioni, non
intendo cedole aziendali da riscattare alla scadenza, ma in gesti. Quindi, che
ne direste se anche il pensiero lo dessimo in appalto?









