mercoledì 2 dicembre 2015






1000 parole



della rivoluzione e dell'inedia



un mio vecchio racconto, attuale più che mai.


 La rivoluzione e’ una cosa seria.  

Oi oi  che dolore il dolor di vivere appena di striscio, che dolore appena accennato, che stupido color di maniscalco senza  scalpo,  di pescherie senza polpo, di piazze e strade senza popolo, di tane senza cuccioli, e di fuochi senza legni.
Assenze pesanti almeno quanto un aliante di ferro, di ghisa, di mattine con la bisa, che ti stacca le dita dal gelo di neve e di metallo che urla come un gallo senza pollaio, in attesa che il solaio venga approvato dalla commissione edilizia che con furbizia e scaltrizia si impossessa della bustarella e del francobollino appena spediti da Torino o da Lerino, la stazione del trenino. Oi oi che dolor vivere di affanni in salita, correr tutti giorni e riposarti solo quando sei morto. Ma tutti i giorni la carota si allontana e fa tana, libera per lei e libera per tutti, nascondino mai passato non nel senso del verbo, ma nel senso del gioco e già che giochi, gioca responsabile, è un consiglio della presidenza dei ministri, fuma responsabile, quindi vizia l’anima tua e possibilmente quella dei tuoi figli, che sbadigli. Ma di ordigni non se ne parla, o si teme di non avere le palle? Di ordigni che dopo il BUM! abbiano un BOOM, un effetto boomerang come un ordigno che se lanciato, torna indietro, ecco perché nessuno fa la rivoluzione.
È colpa dell’elastico ritorno di fiamma, da non confondersi con il ritornello di fiammetta, che è suo fratellino, ma comunque della stessa calda famiglia tornindietro.
Dicevamo della rivoluzione non intesa come moto astrale, ma intesa come scioperi, sommosse, tumulti e barricate, rifiuto del sistema, come se i polli di un allevamento all’unisono decidessero di non voler più essere né allevati né spennati, neanche smutandati, direi che il primo pollo non si scorda mai, come il primo amore, dunque come si chiamava? 





Il primo di una lunga lista di amori e di polli e perché no anche entrambi insieme. Perché i polli non si innamorano? Si innamorano eccome, conobbi un pollo una volta. Parlammo a lungo, mentre cuoceva. Parlammo circa un ora poi lo mangiai, ma in quell’ora di acquolina, me ne disse tante, sia del suo primo amore che dell’ultimo. Ma non mi disse mai chi fossero, temeva per la loro sorte.





La rivoluzione, già. L’ultimo nostalgico rivoluzionario tropicale, ha lasciato una bella scia, come una lumaca col sigaro che lascia due scie la prima umida, la seconda fumosa. 







E se ne parla  ancora. La puntualità è alla base della rivoluzione. (non so chi l’ha detto, ma lo sento dai tempi quattro quarti solfeggiati della scuola.)  Quindi in Italia non se ne faranno mai, anche perché il solfeggio è ritmo, è matematica, e noi fondamentalmente siamo dei poco pensatori, siamo dei classici, abbiamo avuto tanta di quella storia, da non avere bisogno anche della matematica.
Dovremmo affidarci a chi il solfeggio lo sa fare davvero, ai matematici, alla gente puntuale. Si una bella rivoluzione commissionata a qualche manipolo di venturieri assoldati, come dire, tornando alla musica sol dati del sol, ripeto, non come astro luminoso ma come quinta nota.
Un manipolo musicale che ripeta con classe la stessa sol-fa per la quale noi non siamo portati.
E che rivoluzioni per noi, già non sarebbe una cattiva idea, noi aspettiamo ai tavolini del bar e loro rivoluzionano per noi. Andiamo lì quando tutto è finito, le teste mozzate, il sangue ripulito, le barricate, sbarricate, mica si può stare senza mobili in casa!!! Soprattutto le tivù! Non possiamo mica stare senza la domenica sportiva!




Saremo dei perfetti postrivoluzionari. Di noi potranno parlare i libri di storia, nuovamente, si proprio mente nuova, perché solo con una nuova mente si potrà ridisegnare la storia e raccontare il disegno, di quale segno poi non si saprà mai, di che segno potrà essere mai una postrivoluzione? Magari della bilancia, tanto per non fare torto a nessuno, ma visto che una torta è meglio di un torto, allora parleremo solo al femminile, per essere più dolci e più grassi, già potremmo andare avanti a torte, mentre si rifà la costituzione per esempio.
Ma che diamine! Direi che è proprio quello che ci vuole. Chi è che ci vuole? Quello? E cosa vuole da noi? Nessuno l’ha mai scoperto, anche perché mentre dorme si chiude a chiave e viene un po’ difficile scoprirlo. Comunque mi fate sempre perdere il filo, per una volta che voglio cucire, imbastire, trapuntare, mi ritrovo solo con l’ago. Non in senso di grande bacino idrico, che non è un bacio con molta saliva, insomma un po’di ordine! Parlavo di un ago! Ora non ricordo neanche più a cosa mi servisse un ago, forse a bucarmi una bolla del calcagno, questo perché mi compro le scarpe strette illudendomi di risparmiare.
Non so che ne faccio ora di questo ago. Per ora lo appunto qui e poi vedrò,anzi prendo un appunto per ricordarmi di dove lo appunto. Appunto, dicevo, un ago non mi servirà mica per fare una rivoluzione! Ci vogliono le bombe! Ma senza crema perché non le digerisco e il fritto si sa è già pesante di per sé. Le bombe. Già ma dove le dobbiamo procurare? Si, perché non le trovi mica  al market. Ma non abbiamo detto che la diamo in appalto la rivoluzione? Già è vero…allora le bombe le mettono loro! 



Perfetto. Non ci avevo pensato, anche perché si sa, noi qui in questo paese del libero pensiero, pensiamo poco, troppo poco, per quello che lo chiamiamo libero pensiero, se ne và dovunque tranne che rimanere nella nostra testa; l’abbiamo anche cantato forse nell’unico momento in cui lo stavamo usando: va pensiero… infatti da allora…puff…Ma ora, pensare richiede sforzo e noi non abbiamo più voglia di sforzarci, almeno non per quello. E anche i nostri pensieri non hanno più voglia di sentirsi sprecati rimanendo nella mente di chi non fa niente. Se ne vanno dove potranno essere più apprezzati,  trasformati in azioni, non intendo cedole aziendali da riscattare alla scadenza, ma in gesti. Quindi, che ne direste se anche il pensiero lo dessimo in appalto?



martedì 1 dicembre 2015

1000 parole

Della modernità, dei riti e delle cialde del caffè (Prima parte)

Sono una di quelle persone che è vissuta in un’altra epoca. Non sono qui a giudicare o classificare se sia stato meglio o peggio, ma in qualche modo vengo dal passato (come tutti del resto).
Abitavo in un palazzo alla periferia di Milano. (Anche se, successivamente, sono stato molto nomade) Da una finestra potevo vedere la città e gli sterminati tetti rossi, dall’altra la campagna nebbiosa, i canali di irrigazione e i filari di alberi fino all’orizzonte. Un avamposto della macchina cementificatrice che di lì a qualche anno avrebbe asfaltato tutto. I forti di forte coraggio.


A casa nostra non ci sono mai stati molti mezzi, ma non ci è mancato nulla e parlo di educazione, rispetto, ospitalità e condivisione.
La domenica era la giornata del bagno. Le docce ancora non esistevano o almeno non erano così comuni.



Il bagno era la celebrazione dell’ultimo giorno della settimana, era una specie di rituale. E SI FACEVA SOLO LA DOMENICA.  (ero bambino erano gli anni sessanta) Gli altri giorni ti lavavi certo, viso, occhi, ascelle, bidet, ma non facevi “il bagno” Oggi se non ci si fa una o più docce al giorno pare non si possa vivere. Oggi pare che a tutti i costi sia necessario sterminare tutti gli odori che abbiamo addosso, sterilizzarci e profumarci. La nostra pelle, il nostro bellissimo organo che per primo si affaccia all’esterno, con il suo naturale e personalissimo odore naturale, che per primo ci mette in comunicazione col prossimo, viene violentato in continuazione da bagni schiuma, emollienti, deodoranti,   antiodoranti, creme, profumi e altre strane sostanze chimiche. Disposti a tutto pur di non avere odore di essere umano! E poi ci perdiamo nel negozio di pelletterie ad annusare le borsette …mmmm che profumo… è pelle vera! Visto che tra un po’ di tempo non parleremo più e scriveremo messaggi, oppure non scriveremo più, non ci frequenteremo più in carne e ossa, quindi anche col corpo ci si sta preparando alla asetticità e alla solitudine. Paradossalmente, in un mondo che si sta virtualizzando sempre di più, il genere umano si preoccupa sempre più di non avere odori, non avere peli, niente contatti. Solo virtuale e plastica. Non parliamo poi delle perdite di orina che ti mettono in imbarazzo in ascensore … aiuto …  poi ancora, plastica e silicone in viso, sul sedere e sulle tette, e via mostruosando. Insomma per chi ci profumiamo e ci facciamo belli? Ma per chattare su whatsapp! Ovvio! Per farci i selfie. Sempre più soli. Anzi no, single. Per non parlare del caffè. Cosa c’entra? C’entra eccome! Il caffè (in Italia almeno, anche se penso che in molti paesi latini sia lo stesso) è una scusa per andare da Mario il barista e fare due chiacchiere con lui, con gli altri avventori che sanno tutto sulla politica e lo sport. Insomma è un’occasione sociale, chiamiamola così, ma poi è arrivato George, il bel George che ha detto what’s else? E quindi tutti ci siamo presi una macchinetta da caffè a cialde, mandando in pensione Mario, la vecchia moka e riempiendo il mondo di cialde di plastica vuote. Come vuoto rimane lo spazio intorno a noi. Sempre più soli.
Quando andavo al cinema da ragazzo, (ero ragazzo, erano gli anni settanta) ci si trovava tutti in piazza Europa e si guardavano i cartelloni pubblicitari … all’Odeon c’è questo, al Capitol quest’altro, al Golden un altro ancora. 


Discussione interminabile su quale scegliere per fare comitiva e poi si partiva (Accalcati in auto perché l’avevano in pochi) Si arrivava. Il film era già iniziato (pare strano ai ragazzi di oggi) e si entrava lo stesso … tutti in piedi al buio, non si vedeva un accidente … c’era sempre nella brigata, il cretino che camminando faceva finta di scendere da un gradino … e tutti dietro a strisciare i piedi … sorridete?  Poi dopo qualche minuto, si intravedevano le teste degli spettatori e, dove mancava la testa era chiaro che ci fosse il posto libero, e piano piano ci si sistemava, scusi, permesso, silenzio! Si guardava la fine del film e poi dopo che la sala si svuotava alla fine della proiezione, prima che entrassero gli altri, ci si posizionava tutti vicini, cercando di combinare le coppie …   ovviamente rimanevamo anche oltre il momento in cui eravamo entrati, in genere sino alla fine. Quindi il cinema oltre che arte e spettacolo, era un’occasione sociale, si parlava, si scherzava, si rideva, si pomiciava … si iniziava la vita con questi riti di gruppo.
Bei tempi? Non so, a me piacevano molto, mi sembravano più genuini.
Altro rito di gruppo degli anni settanta, erano le feste in casa. Come,  non sapete cosa sono??
La festa in casa si teneva in genere il sabato pomeriggio, intorno alle 4, in casa di qualcuno i cui genitori erano assenti. Momenti rari e quindi si approfittava e ci si imbucava dovunque. Qualcuno portava i dischi, il giradischi di Selezione era già lì, come nelle case di altri milioni di italiani, fantastico col suo cambiadisco automatico …  



(la musica era una fonte incredibile di discussioni e litigate, ma alla fine si ballava) qualcuno voleva i lenti per accoppiarsi con la scusa del ballo, qualcuno voleva la dance perché non aveva coraggio di fare coppia, alcuni rimanevano in piedi attaccati ai muri come la tappezzeria, con una bibita in mano fingendo sufficienza per mascherare l’orrore dell’impasse. Ma insomma la festa iniziava con le tapparelle rigorosamente abbassate e andava avanti fino alla notte, ma non si faceva mai tardi anche perché ci si spostava  a piedi, coi mezzi, o i più fortunati con un “ciao”. Avevamo i pantaloni a zampa d’elefante e la vita alta e i colletti delle camicie a deltaplano, ma ci sentivamo fighi e terrorizzati allo stesso tempo. 



Non esistevano telefonini, si organizzava tutto col telefono di casa, possibilmente in gran segreto, e con le scampanellate a casa degli amici. Ancora Tony Manero non era conosciuto.