martedì 1 dicembre 2015

1000 parole

Della modernità, dei riti e delle cialde del caffè (Prima parte)

Sono una di quelle persone che è vissuta in un’altra epoca. Non sono qui a giudicare o classificare se sia stato meglio o peggio, ma in qualche modo vengo dal passato (come tutti del resto).
Abitavo in un palazzo alla periferia di Milano. (Anche se, successivamente, sono stato molto nomade) Da una finestra potevo vedere la città e gli sterminati tetti rossi, dall’altra la campagna nebbiosa, i canali di irrigazione e i filari di alberi fino all’orizzonte. Un avamposto della macchina cementificatrice che di lì a qualche anno avrebbe asfaltato tutto. I forti di forte coraggio.


A casa nostra non ci sono mai stati molti mezzi, ma non ci è mancato nulla e parlo di educazione, rispetto, ospitalità e condivisione.
La domenica era la giornata del bagno. Le docce ancora non esistevano o almeno non erano così comuni.



Il bagno era la celebrazione dell’ultimo giorno della settimana, era una specie di rituale. E SI FACEVA SOLO LA DOMENICA.  (ero bambino erano gli anni sessanta) Gli altri giorni ti lavavi certo, viso, occhi, ascelle, bidet, ma non facevi “il bagno” Oggi se non ci si fa una o più docce al giorno pare non si possa vivere. Oggi pare che a tutti i costi sia necessario sterminare tutti gli odori che abbiamo addosso, sterilizzarci e profumarci. La nostra pelle, il nostro bellissimo organo che per primo si affaccia all’esterno, con il suo naturale e personalissimo odore naturale, che per primo ci mette in comunicazione col prossimo, viene violentato in continuazione da bagni schiuma, emollienti, deodoranti,   antiodoranti, creme, profumi e altre strane sostanze chimiche. Disposti a tutto pur di non avere odore di essere umano! E poi ci perdiamo nel negozio di pelletterie ad annusare le borsette …mmmm che profumo… è pelle vera! Visto che tra un po’ di tempo non parleremo più e scriveremo messaggi, oppure non scriveremo più, non ci frequenteremo più in carne e ossa, quindi anche col corpo ci si sta preparando alla asetticità e alla solitudine. Paradossalmente, in un mondo che si sta virtualizzando sempre di più, il genere umano si preoccupa sempre più di non avere odori, non avere peli, niente contatti. Solo virtuale e plastica. Non parliamo poi delle perdite di orina che ti mettono in imbarazzo in ascensore … aiuto …  poi ancora, plastica e silicone in viso, sul sedere e sulle tette, e via mostruosando. Insomma per chi ci profumiamo e ci facciamo belli? Ma per chattare su whatsapp! Ovvio! Per farci i selfie. Sempre più soli. Anzi no, single. Per non parlare del caffè. Cosa c’entra? C’entra eccome! Il caffè (in Italia almeno, anche se penso che in molti paesi latini sia lo stesso) è una scusa per andare da Mario il barista e fare due chiacchiere con lui, con gli altri avventori che sanno tutto sulla politica e lo sport. Insomma è un’occasione sociale, chiamiamola così, ma poi è arrivato George, il bel George che ha detto what’s else? E quindi tutti ci siamo presi una macchinetta da caffè a cialde, mandando in pensione Mario, la vecchia moka e riempiendo il mondo di cialde di plastica vuote. Come vuoto rimane lo spazio intorno a noi. Sempre più soli.
Quando andavo al cinema da ragazzo, (ero ragazzo, erano gli anni settanta) ci si trovava tutti in piazza Europa e si guardavano i cartelloni pubblicitari … all’Odeon c’è questo, al Capitol quest’altro, al Golden un altro ancora. 


Discussione interminabile su quale scegliere per fare comitiva e poi si partiva (Accalcati in auto perché l’avevano in pochi) Si arrivava. Il film era già iniziato (pare strano ai ragazzi di oggi) e si entrava lo stesso … tutti in piedi al buio, non si vedeva un accidente … c’era sempre nella brigata, il cretino che camminando faceva finta di scendere da un gradino … e tutti dietro a strisciare i piedi … sorridete?  Poi dopo qualche minuto, si intravedevano le teste degli spettatori e, dove mancava la testa era chiaro che ci fosse il posto libero, e piano piano ci si sistemava, scusi, permesso, silenzio! Si guardava la fine del film e poi dopo che la sala si svuotava alla fine della proiezione, prima che entrassero gli altri, ci si posizionava tutti vicini, cercando di combinare le coppie …   ovviamente rimanevamo anche oltre il momento in cui eravamo entrati, in genere sino alla fine. Quindi il cinema oltre che arte e spettacolo, era un’occasione sociale, si parlava, si scherzava, si rideva, si pomiciava … si iniziava la vita con questi riti di gruppo.
Bei tempi? Non so, a me piacevano molto, mi sembravano più genuini.
Altro rito di gruppo degli anni settanta, erano le feste in casa. Come,  non sapete cosa sono??
La festa in casa si teneva in genere il sabato pomeriggio, intorno alle 4, in casa di qualcuno i cui genitori erano assenti. Momenti rari e quindi si approfittava e ci si imbucava dovunque. Qualcuno portava i dischi, il giradischi di Selezione era già lì, come nelle case di altri milioni di italiani, fantastico col suo cambiadisco automatico …  



(la musica era una fonte incredibile di discussioni e litigate, ma alla fine si ballava) qualcuno voleva i lenti per accoppiarsi con la scusa del ballo, qualcuno voleva la dance perché non aveva coraggio di fare coppia, alcuni rimanevano in piedi attaccati ai muri come la tappezzeria, con una bibita in mano fingendo sufficienza per mascherare l’orrore dell’impasse. Ma insomma la festa iniziava con le tapparelle rigorosamente abbassate e andava avanti fino alla notte, ma non si faceva mai tardi anche perché ci si spostava  a piedi, coi mezzi, o i più fortunati con un “ciao”. Avevamo i pantaloni a zampa d’elefante e la vita alta e i colletti delle camicie a deltaplano, ma ci sentivamo fighi e terrorizzati allo stesso tempo. 



Non esistevano telefonini, si organizzava tutto col telefono di casa, possibilmente in gran segreto, e con le scampanellate a casa degli amici. Ancora Tony Manero non era conosciuto.






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