1000
parole
Della modernità, dei riti e delle
cialde del caffè (Prima parte)
Sono una di quelle
persone che è vissuta in un’altra epoca. Non sono qui a giudicare o
classificare se sia stato meglio o peggio, ma in qualche modo vengo dal passato
(come tutti del resto).
Abitavo in un palazzo
alla periferia di Milano. (Anche se, successivamente, sono stato molto nomade) Da
una finestra potevo vedere la città e gli sterminati tetti rossi, dall’altra la
campagna nebbiosa, i canali di irrigazione e i filari di alberi fino
all’orizzonte. Un avamposto della macchina cementificatrice che di lì a qualche
anno avrebbe asfaltato tutto. I forti di forte coraggio.
A casa nostra non ci
sono mai stati molti mezzi, ma non ci è mancato nulla e parlo di educazione,
rispetto, ospitalità e condivisione.
La domenica era la
giornata del bagno. Le docce ancora non esistevano o almeno non erano così
comuni.
Il bagno era la
celebrazione dell’ultimo giorno della settimana, era una specie di rituale. E
SI FACEVA SOLO LA DOMENICA. (ero bambino
erano gli anni sessanta) Gli altri giorni ti lavavi certo, viso, occhi,
ascelle, bidet, ma non facevi “il bagno” Oggi se non ci si fa una o più docce
al giorno pare non si possa vivere. Oggi pare che a tutti i costi sia
necessario sterminare tutti gli odori che abbiamo addosso, sterilizzarci e
profumarci. La nostra pelle, il nostro bellissimo organo che per primo si
affaccia all’esterno, con il suo naturale e personalissimo odore naturale, che
per primo ci mette in comunicazione col prossimo, viene violentato in
continuazione da bagni schiuma, emollienti, deodoranti, antiodoranti,
creme, profumi e altre strane sostanze chimiche. Disposti a tutto pur di non
avere odore di essere umano! E poi ci perdiamo nel negozio di pelletterie ad
annusare le borsette …mmmm che profumo… è pelle vera! Visto che tra un po’ di
tempo non parleremo più e scriveremo messaggi, oppure non scriveremo più, non
ci frequenteremo più in carne e ossa, quindi anche col corpo ci si sta
preparando alla asetticità e alla solitudine. Paradossalmente, in un mondo che
si sta virtualizzando sempre di più, il genere umano si preoccupa sempre più di
non avere odori, non avere peli, niente contatti. Solo virtuale e plastica. Non
parliamo poi delle perdite di orina che ti mettono in imbarazzo in ascensore …
aiuto … poi ancora, plastica e silicone
in viso, sul sedere e sulle tette, e via mostruosando. Insomma per chi ci
profumiamo e ci facciamo belli? Ma per chattare su whatsapp! Ovvio! Per farci i
selfie. Sempre più soli. Anzi no, single. Per non parlare del caffè. Cosa
c’entra? C’entra eccome! Il caffè (in Italia almeno, anche se penso che in
molti paesi latini sia lo stesso) è una scusa per andare da Mario il barista e
fare due chiacchiere con lui, con gli altri avventori che sanno tutto sulla
politica e lo sport. Insomma è un’occasione sociale, chiamiamola così, ma poi è
arrivato George, il bel George che ha detto what’s else? E quindi tutti ci
siamo presi una macchinetta da caffè a cialde, mandando in pensione Mario, la vecchia
moka e riempiendo il mondo di cialde di plastica vuote. Come vuoto rimane lo
spazio intorno a noi. Sempre più soli.
Quando andavo al
cinema da ragazzo, (ero ragazzo, erano gli anni settanta) ci si trovava tutti
in piazza Europa e si guardavano i cartelloni pubblicitari … all’Odeon c’è
questo, al Capitol quest’altro, al Golden un altro ancora.
Discussione
interminabile su quale scegliere per fare comitiva e poi si partiva (Accalcati
in auto perché l’avevano in pochi) Si arrivava. Il film era già iniziato (pare
strano ai ragazzi di oggi) e si entrava lo stesso … tutti in piedi al buio, non
si vedeva un accidente … c’era sempre nella brigata, il cretino che camminando
faceva finta di scendere da un gradino … e tutti dietro a strisciare i piedi …
sorridete? Poi dopo qualche minuto, si
intravedevano le teste degli spettatori e, dove mancava la testa era chiaro che
ci fosse il posto libero, e piano piano ci si sistemava, scusi, permesso,
silenzio! Si guardava la fine del film e poi dopo che la sala si svuotava alla
fine della proiezione, prima che entrassero gli altri, ci si posizionava tutti
vicini, cercando di combinare le coppie … ovviamente rimanevamo anche oltre il momento
in cui eravamo entrati, in genere sino alla fine. Quindi il cinema oltre che arte
e spettacolo, era un’occasione sociale, si parlava, si scherzava, si rideva, si
pomiciava … si iniziava la vita con questi riti di gruppo.
Bei tempi? Non so, a
me piacevano molto, mi sembravano più genuini.
Altro rito di gruppo
degli anni settanta, erano le feste in casa. Come, non sapete cosa sono??
La festa in casa si
teneva in genere il sabato pomeriggio, intorno alle 4, in casa di qualcuno i
cui genitori erano assenti. Momenti rari e quindi si approfittava e ci si
imbucava dovunque. Qualcuno portava i dischi, il giradischi di Selezione era
già lì, come nelle case di altri milioni di italiani, fantastico col suo
cambiadisco automatico …
(la musica era
una fonte incredibile di discussioni e litigate, ma alla fine si ballava)
qualcuno voleva i lenti per accoppiarsi con la scusa del ballo, qualcuno voleva
la dance perché non aveva coraggio di fare coppia, alcuni rimanevano in piedi
attaccati ai muri come la tappezzeria, con una bibita in mano fingendo
sufficienza per mascherare l’orrore dell’impasse. Ma insomma la festa iniziava
con le tapparelle rigorosamente abbassate e andava avanti fino alla notte, ma
non si faceva mai tardi anche perché ci si spostava a piedi, coi mezzi, o i più fortunati con un
“ciao”. Avevamo i pantaloni a zampa d’elefante e la vita alta e i colletti
delle camicie a deltaplano, ma ci sentivamo fighi e terrorizzati allo stesso
tempo.
Non esistevano telefonini, si organizzava tutto col telefono di casa,
possibilmente in gran segreto, e con le scampanellate a casa degli amici. Ancora
Tony Manero non era conosciuto.





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