lunedì 8 febbraio 2016

Gli uomini sessuali, le donne sessuali, il family day e il famolo gay

Moralizzare? No, grazie, troppa fatica e poi non è di moda, dà fastidio e fa venire il prurito.

Tra sassolini nelle scarpe e il politicamente corretto, una provocatoria analisi semiseria, come la vita.
Nel senso, non prendetemi troppo sul serio, ma neanche voi …

Complice il can can dei media incaricati di fare audience per ingrassare la baldracca della padrona e il suo pappone, abbiamo assistito in questi giorni, ma anche nei giorni prima e prima ancora e che balle … al solito sfiancante e inutile dibattito sul family day e sulla presunta discriminazione dei gay.

Queste le squadre in campo: alla vostra sinistra, guarda caso … le associazioni  di diritti omosessuali, LGBT, media progressisti (ma di quale progresso si parla poi? Progresso sarà quando nessun bambino sul pianeta andrà a dormire affamato) Deborah del terzo piano, centri sociali anticlericali, e via anarchizzando.
Dall’altra parte le chiese e il papa, i conservatori, i cattolici e CL, i tradizionalisti, i non esageriamisti, le sentinelle in piedi, gli anti-anti-contro-no global.

Il titolo in palio è se gli omosessuali potranno finalmente, liberamente sposarsi e fare finta che vada tutto bene … come gli altri, mettere su famiglia, fare figli, contrarre mutui, avere la reversibilità della pensione, un asse ereditario, adottare il figlio del compagno  (ma non avrebbe già un altro genitore naturale?)… e via discorrendo, anche se mi pare, dai toni e dall’enfasi dei media che la questione che più sta a cuore a tutti sia la questione del matri-monio.




Matri, non a caso.

Iniziamo dalla presunta discriminazione sociale a danno degli omosessuali. Allora, a me risulta che nel gotha della moda, dello spettacolo, ai vertici di molte aziende di comunicazione, dei creativi, ai vertici di radio tv e giornali, ci sia una maggioranza di gay. Quindi mi pare un fatto che non ci sia discriminazione a livello professionale. Discriminazione in giovane età? Quella è possibile, ma ascoltando le cronache mi pare che bulli e ignoranti si scaglino non solo contro i gay, (che in genere in giovane età tra l’altro difficilmente ammettono la loro condizione)  ma anche contro i grassoni cicciobombi, le ragazze cozze, secche, racchie, i secchioni, i disabili, gli stranieri (provate a essere neri in una classe di bianchi) quelli che hanno un’altra religione, un’altra squadra del cuore, insomma chi è diverso dal “branco” è oggetto di discriminazioni, ma non assistiamo tutti i giorni a manifestazioni per il loro orgoglio e le loro rivendicazioni.

Ma questa presunta e pubblicizzata discriminazione  non sarà invece un disagio soggettivo che angustia la persona omosessuale? Non saranno forse i suoi travagli interiori dall’età in cui lo scopre? Non sarà la paura di ammetterlo prima a sé stesso e poi alla famiglia e a tutti e ad identificarsi come tale? Io credo che per molti di loro,  il disagio interiore sia molto forte, conosco alcune persone omosessuali ( e ad alcune di loro sono molto legato)  che hanno avuto e hanno paura di rivelarlo, anche ai propri genitori, se ne vergognano, hanno paura di deludere, ferire e comunque causare angustia.  Conosco qualcuno ormai adulto (45 anni) che ancora non l’ha detto ai genitori e sta malissimo. Ma queste non sono discriminazioni, sono sofferenze. È dolore personale.


Il disagio è causato dalla cultura del territorio (Italia) dalle radici, dal retaggio morale, culturale e soprattutto religioso. E qui veniamo ad un altro argomento attuale:

Questo papa pareva più figo!

Ora condanna ciò che prima accettava, quando aveva detto  che basta l’amore … Ma così non è …

Il papa (e vi sta parlando una persona non religiosa ma di retaggio cristiano) è l’autorità massima della chiesa cattolica che basa i suoi precetti e i suoi dogmi sui libri sacri della Bibbia e del Vangelo e dei primi padri della chiesa tipo san Paolo e sant’Agostino.
Il papa non potrà mai essere d’accordo coi  “progressisti” che reclamano a gran voce il matrimonio tra gay e tutte le sue derivate e implicazioni.

Non potrà mai.

Dovrà comunque difendere la sua fede e dovete rispettarlo per la sua integrità. Ora non parlo qui del comportamento dei preti che ormai è noto, ma parlo di concetti.

Il matri-monio, secondo le scritture, è stato istituito da Dio in persona quando ha sposato la prima coppia umana, un uomo e una donna e li ha fatti diversi, in maniera che avrebbero potuto riprodursi.

Diversi tra loro, mi capite?

Il matri-monio è stato creato e modellato dal suo inventore e detentore del brevetto e prevede una unione permanente di un uomo e una donna al fine di creare una famiglia e alfine di prefigurare con questa unione il matrimonio del più grande Adamo, Cristo, con sua moglie , la congregazione.

Non lo sapevate? Allora è meglio che ripassiate la Bibbia col vostro prete, se siete cattolici.
Non ho voglia di scrivere i passi della Bibbia, cercateveli voi. Ma fidatevi.




Quindi, con questi presupposti, come potete sperare che il papa possa benedire l’unione di due uomini o due donne? Non sarà mai. Quanto meno, non si tratterrà di Matri-monio.
E non si tratta di tempi che cambiano. Di modernità. Non c’è nulla di nuovo nei comportamenti umani, l’omosessualità era diffusa ampiamente anche poco dopo la comparsa dell’uomo (Sodoma e Gomorra – non quella di Saviano, ma simile) e poi ai tempi cristiani, dopo il messia, l’omosessualità anche allora era comune tra i romani e i greci che addirittura incoraggiavano gli uomini alla moda di avere un giovane amante dello stesso sesso ma NON era consentita tra i cristiani. San Paolo la condanna senza mezzi termini. Impose anche la regola di espellere dalla congregazione chiunque praticasse tali tipi di condotta (insieme ad altri)
Quindi non aspettatevi che il papa faccia una conversione. Non lo farà.
Perché gli omosessuali vogliono che una chiesa sovverta le proprie fondamenta per venire incontro alle loro esigenze? Non succederà.  A livello individuale ognuno di loro è un individuo da amare e per il quale il Cristo si è sacrificato, e troveranno sempre braccia aperte per accoglierli, ma non succederà che la chiesa si adegui alle loro richieste di legittimare e santificare le loro unioni secondo dei riti che hanno basi diametralmente opposte. (La Spagna cattolicissima ha sorpreso tutti con il referendum, ma la chiesa spagnola ha condannato il gesto)

<< Ma noi in Italia siamo in uno stato LAICO !!!!>> 

Vero! Ma laico non vuol dire ateo attenzione! Per avere quello vi incoraggio a trasferirvi in un paese sovietico dell’estrema sinistra. (Corea del Nord per esempio) Laico vuol dire che non sono i capi religiosi a governare il popolo (come avviene invece nella teocrazia mussulmana) ma un parlamento eletto democraticamente (sigh).
I governi democratici come il nostro(sigh), sono composti per la maggioranza da persone che hanno un retaggio e una cultura cristiani, unicamente perché sono presi dal territorio che è intriso di questo. Quindi fate un po’ voi.
(100.000 ferventi in piazza San Pietro per padre Pio ecc … la dice lunga sulla cultura italiana)


Questo l’aspetto religioso. (In Italia almeno, non so come la pensino i presbiteriani, valdesi, protestanti in genere)




L’aspetto morale.

Le questioni morali, oltre che dalla propria coscienza, sono decise dalla legge, dai codici. La legge è fatta dagli uomini del parlamento e gli uomini, come abbiamo visto, hanno un retaggio  e una cultura cristiane, (parlo sempre del nostro belpaese)  e questo ovviamente influenza le loro decisioni.
Giusto o sbagliato? Non spetta a me dirlo, sto solo analizzando la cosa.
Non aspettatevi, omosessuali, che il parlamento dall’oggi al domani, cambi posizione sulla questione morale. Non sarà facile né indolore.
Ma è giusto che altri decidano la morale di tutti noi? Perché il problema è questo alla fine.
Faccio qualche domanda poi rispondetevi tra i denti da soli.

Qualcuno deve stabilire se posso avere rapporti con un bambino, un ragazzino o un minore? Qualcuno mi deve punire? Qualcuno deve stabilire un’età del minore? Qualcuno ha stabilito che si diventa maggiorenni a 18 anni?
Qualcuno deve stabilire se posso avere due o più mogli?
Qualcuno deve stabilire se posso sposarmi con un parente? E affine quanto?
Posso andare a spasso nudo? Qualcuno deve stabilirlo.
Posso fare l’amore con  il mio partner in auto in un parcheggio? O frequentare campi nudisti?
Qualcuno deve stabilire delle regole sul materiale pornografico? Sulla violenza degli spettacoli?
Insomma come vedete la questione morale abbraccia molti campi e riguarda quasi sempre il codice penale.



Il retaggio e la cultura cristiani hanno sicuramente influito su queste leggi, infatti in molti paesi non cristiani e non cattolici, alcune di queste leggi, non esistono o sono diverse, ma un controllo morale esiste ovunque per salvaguardare il “comune senso del pudore” che è innato.

Quindi ripeto, non aspettatevi dal parlamento un immediato dietro front. La questione morale è sempre strascomoda. Se non ci fossero i “legislatori morali” (chiamiamoli così, l’insieme di retaggio, cultura, religione, coscienza propria) il mondo avrebbe una deriva perversa verso comportamenti dove tutto è lecito. Chi mi impedirebbe di fatto di sposarmi col mio cane? Qualcuno i paletti li deve mettere, ruolo scomodo, vero, ma io sono d’accordo che una vigilanza venga esercitata.

Il problema, concludendo, non credo sia la questione della discriminazione dei gay, perché secondo me non esiste, almeno non nelle accezioni di cui tanto si parla,  io credo invece che il problema di fondo oggi, e non solo in questo contesto,  sia che  ognuno vuole fare ciò che gli pare e chiede e urla che vuole essere accettato. Ma non è così. In una società ci sono diritti e doveri, ma in una società incentrata sull’egoismo, figlia di decenni di lassismo morale, civico, figlia di educazioni troppo liberali, i doveri vengono visti come un’ usurpazione dei propri diritti.

Vi faccio un breve esempio per farvi capire cosa intendo.
Io ho vissuto la mia infanzia a Milano, fino ai 15 anni circa. Ricordo che (erano gli  anni 60/70) sul tram e sui bus, si saliva da dietro e si scendeva al centro. Davanti salivano solo i tesserati mi pare.
Guardate ora in una qualsiasi grande città. Tutti fanno quello che gli pare. I cartelli ci sono sulle portiere, ma nessuno vi fa caso. Normale, pensano i nuovi utenti dei mezzi pubblici. Ma normale non è. È una violazione comune, ampiamente accettata, da ritenersi una consuetudine. La norma è stata dimenticata. E potrei fare un lungo elenco di queste consuetudini. In nome di cosa? Di una libertà? Di una protesta? Di un’affermazione personale? Ma la mia libertà finisce sempre dove comincia la libertà di un altro … 
E i ragazzi di oggi, gli stranieri che arrivano da luoghi senza molte regole, hanno conosciuto solo questo modello di uso dei mezzi pubblici. Capite perché è importante un’analisi del passato e un confronto?

E comunque, vi dico, che i problemi per cui scendere in piazza sono convinto siano ben altri e non sto ad elencarveli, anzi sì qualcuno come promemoria.

Il vero discriminato è il pensionato che non arriva a fine mese, mentre intorno a lui ci sono pensionati che percepiscono in un mese quello che lui percepisce in due anni, o il poco abbiente che si deve pagare il ticket. O il malato che aspetta mesi per una visita e intanto muore, mentre il malato benestante si cura a pagamento. Discriminato è il bambino che si deve portare la carta igienica a scuola, o che non può cambiarsi i libri tutti gli anni, o che non fa educazione fisica perché non c’è la palestra, mentre i figli dei benestanti frequentano scuole private, università care e trovano impieghi di prestigio.
Discriminato è l’esodato di 55 anni che non sa cosa fare, mentre i  suoi coetanei magari sono pensionati da 10 anni. Discriminata è la casalinga divorziata senza sussidio … volete che prosegua?
Non credo.

Lancio un appello ai genitori.
Invece di fare i genitori fighi,  che vanno a manifestare solo per i matrimoni gay, date anche altri esempi ai vostri figli, i vostri figli non hanno i metri di paragone che avete voi, che ho io. Noi abbiamo vissuto altre epoche, cavalcato altri ideali, sappiamo che c’è stato altro in passato. Ma loro no. Loro considerano normale questo stato di cose. Ma normale non è. Allora indignatevi e fateli indignare per tutto il resto, non cadete nel tranello della baldracca dei media, l’audience, che serve solo a far contare denari ai padroni. 
 I “NO” non vanno detti solo ai bambini. Così si cresce e ci si sviluppa nel rispetto della comunità alla quale si appartiene.  

  

mercoledì 2 dicembre 2015






1000 parole



della rivoluzione e dell'inedia



un mio vecchio racconto, attuale più che mai.


 La rivoluzione e’ una cosa seria.  

Oi oi  che dolore il dolor di vivere appena di striscio, che dolore appena accennato, che stupido color di maniscalco senza  scalpo,  di pescherie senza polpo, di piazze e strade senza popolo, di tane senza cuccioli, e di fuochi senza legni.
Assenze pesanti almeno quanto un aliante di ferro, di ghisa, di mattine con la bisa, che ti stacca le dita dal gelo di neve e di metallo che urla come un gallo senza pollaio, in attesa che il solaio venga approvato dalla commissione edilizia che con furbizia e scaltrizia si impossessa della bustarella e del francobollino appena spediti da Torino o da Lerino, la stazione del trenino. Oi oi che dolor vivere di affanni in salita, correr tutti giorni e riposarti solo quando sei morto. Ma tutti i giorni la carota si allontana e fa tana, libera per lei e libera per tutti, nascondino mai passato non nel senso del verbo, ma nel senso del gioco e già che giochi, gioca responsabile, è un consiglio della presidenza dei ministri, fuma responsabile, quindi vizia l’anima tua e possibilmente quella dei tuoi figli, che sbadigli. Ma di ordigni non se ne parla, o si teme di non avere le palle? Di ordigni che dopo il BUM! abbiano un BOOM, un effetto boomerang come un ordigno che se lanciato, torna indietro, ecco perché nessuno fa la rivoluzione.
È colpa dell’elastico ritorno di fiamma, da non confondersi con il ritornello di fiammetta, che è suo fratellino, ma comunque della stessa calda famiglia tornindietro.
Dicevamo della rivoluzione non intesa come moto astrale, ma intesa come scioperi, sommosse, tumulti e barricate, rifiuto del sistema, come se i polli di un allevamento all’unisono decidessero di non voler più essere né allevati né spennati, neanche smutandati, direi che il primo pollo non si scorda mai, come il primo amore, dunque come si chiamava? 





Il primo di una lunga lista di amori e di polli e perché no anche entrambi insieme. Perché i polli non si innamorano? Si innamorano eccome, conobbi un pollo una volta. Parlammo a lungo, mentre cuoceva. Parlammo circa un ora poi lo mangiai, ma in quell’ora di acquolina, me ne disse tante, sia del suo primo amore che dell’ultimo. Ma non mi disse mai chi fossero, temeva per la loro sorte.





La rivoluzione, già. L’ultimo nostalgico rivoluzionario tropicale, ha lasciato una bella scia, come una lumaca col sigaro che lascia due scie la prima umida, la seconda fumosa. 







E se ne parla  ancora. La puntualità è alla base della rivoluzione. (non so chi l’ha detto, ma lo sento dai tempi quattro quarti solfeggiati della scuola.)  Quindi in Italia non se ne faranno mai, anche perché il solfeggio è ritmo, è matematica, e noi fondamentalmente siamo dei poco pensatori, siamo dei classici, abbiamo avuto tanta di quella storia, da non avere bisogno anche della matematica.
Dovremmo affidarci a chi il solfeggio lo sa fare davvero, ai matematici, alla gente puntuale. Si una bella rivoluzione commissionata a qualche manipolo di venturieri assoldati, come dire, tornando alla musica sol dati del sol, ripeto, non come astro luminoso ma come quinta nota.
Un manipolo musicale che ripeta con classe la stessa sol-fa per la quale noi non siamo portati.
E che rivoluzioni per noi, già non sarebbe una cattiva idea, noi aspettiamo ai tavolini del bar e loro rivoluzionano per noi. Andiamo lì quando tutto è finito, le teste mozzate, il sangue ripulito, le barricate, sbarricate, mica si può stare senza mobili in casa!!! Soprattutto le tivù! Non possiamo mica stare senza la domenica sportiva!




Saremo dei perfetti postrivoluzionari. Di noi potranno parlare i libri di storia, nuovamente, si proprio mente nuova, perché solo con una nuova mente si potrà ridisegnare la storia e raccontare il disegno, di quale segno poi non si saprà mai, di che segno potrà essere mai una postrivoluzione? Magari della bilancia, tanto per non fare torto a nessuno, ma visto che una torta è meglio di un torto, allora parleremo solo al femminile, per essere più dolci e più grassi, già potremmo andare avanti a torte, mentre si rifà la costituzione per esempio.
Ma che diamine! Direi che è proprio quello che ci vuole. Chi è che ci vuole? Quello? E cosa vuole da noi? Nessuno l’ha mai scoperto, anche perché mentre dorme si chiude a chiave e viene un po’ difficile scoprirlo. Comunque mi fate sempre perdere il filo, per una volta che voglio cucire, imbastire, trapuntare, mi ritrovo solo con l’ago. Non in senso di grande bacino idrico, che non è un bacio con molta saliva, insomma un po’di ordine! Parlavo di un ago! Ora non ricordo neanche più a cosa mi servisse un ago, forse a bucarmi una bolla del calcagno, questo perché mi compro le scarpe strette illudendomi di risparmiare.
Non so che ne faccio ora di questo ago. Per ora lo appunto qui e poi vedrò,anzi prendo un appunto per ricordarmi di dove lo appunto. Appunto, dicevo, un ago non mi servirà mica per fare una rivoluzione! Ci vogliono le bombe! Ma senza crema perché non le digerisco e il fritto si sa è già pesante di per sé. Le bombe. Già ma dove le dobbiamo procurare? Si, perché non le trovi mica  al market. Ma non abbiamo detto che la diamo in appalto la rivoluzione? Già è vero…allora le bombe le mettono loro! 



Perfetto. Non ci avevo pensato, anche perché si sa, noi qui in questo paese del libero pensiero, pensiamo poco, troppo poco, per quello che lo chiamiamo libero pensiero, se ne và dovunque tranne che rimanere nella nostra testa; l’abbiamo anche cantato forse nell’unico momento in cui lo stavamo usando: va pensiero… infatti da allora…puff…Ma ora, pensare richiede sforzo e noi non abbiamo più voglia di sforzarci, almeno non per quello. E anche i nostri pensieri non hanno più voglia di sentirsi sprecati rimanendo nella mente di chi non fa niente. Se ne vanno dove potranno essere più apprezzati,  trasformati in azioni, non intendo cedole aziendali da riscattare alla scadenza, ma in gesti. Quindi, che ne direste se anche il pensiero lo dessimo in appalto?



martedì 1 dicembre 2015

1000 parole

Della modernità, dei riti e delle cialde del caffè (Prima parte)

Sono una di quelle persone che è vissuta in un’altra epoca. Non sono qui a giudicare o classificare se sia stato meglio o peggio, ma in qualche modo vengo dal passato (come tutti del resto).
Abitavo in un palazzo alla periferia di Milano. (Anche se, successivamente, sono stato molto nomade) Da una finestra potevo vedere la città e gli sterminati tetti rossi, dall’altra la campagna nebbiosa, i canali di irrigazione e i filari di alberi fino all’orizzonte. Un avamposto della macchina cementificatrice che di lì a qualche anno avrebbe asfaltato tutto. I forti di forte coraggio.


A casa nostra non ci sono mai stati molti mezzi, ma non ci è mancato nulla e parlo di educazione, rispetto, ospitalità e condivisione.
La domenica era la giornata del bagno. Le docce ancora non esistevano o almeno non erano così comuni.



Il bagno era la celebrazione dell’ultimo giorno della settimana, era una specie di rituale. E SI FACEVA SOLO LA DOMENICA.  (ero bambino erano gli anni sessanta) Gli altri giorni ti lavavi certo, viso, occhi, ascelle, bidet, ma non facevi “il bagno” Oggi se non ci si fa una o più docce al giorno pare non si possa vivere. Oggi pare che a tutti i costi sia necessario sterminare tutti gli odori che abbiamo addosso, sterilizzarci e profumarci. La nostra pelle, il nostro bellissimo organo che per primo si affaccia all’esterno, con il suo naturale e personalissimo odore naturale, che per primo ci mette in comunicazione col prossimo, viene violentato in continuazione da bagni schiuma, emollienti, deodoranti,   antiodoranti, creme, profumi e altre strane sostanze chimiche. Disposti a tutto pur di non avere odore di essere umano! E poi ci perdiamo nel negozio di pelletterie ad annusare le borsette …mmmm che profumo… è pelle vera! Visto che tra un po’ di tempo non parleremo più e scriveremo messaggi, oppure non scriveremo più, non ci frequenteremo più in carne e ossa, quindi anche col corpo ci si sta preparando alla asetticità e alla solitudine. Paradossalmente, in un mondo che si sta virtualizzando sempre di più, il genere umano si preoccupa sempre più di non avere odori, non avere peli, niente contatti. Solo virtuale e plastica. Non parliamo poi delle perdite di orina che ti mettono in imbarazzo in ascensore … aiuto …  poi ancora, plastica e silicone in viso, sul sedere e sulle tette, e via mostruosando. Insomma per chi ci profumiamo e ci facciamo belli? Ma per chattare su whatsapp! Ovvio! Per farci i selfie. Sempre più soli. Anzi no, single. Per non parlare del caffè. Cosa c’entra? C’entra eccome! Il caffè (in Italia almeno, anche se penso che in molti paesi latini sia lo stesso) è una scusa per andare da Mario il barista e fare due chiacchiere con lui, con gli altri avventori che sanno tutto sulla politica e lo sport. Insomma è un’occasione sociale, chiamiamola così, ma poi è arrivato George, il bel George che ha detto what’s else? E quindi tutti ci siamo presi una macchinetta da caffè a cialde, mandando in pensione Mario, la vecchia moka e riempiendo il mondo di cialde di plastica vuote. Come vuoto rimane lo spazio intorno a noi. Sempre più soli.
Quando andavo al cinema da ragazzo, (ero ragazzo, erano gli anni settanta) ci si trovava tutti in piazza Europa e si guardavano i cartelloni pubblicitari … all’Odeon c’è questo, al Capitol quest’altro, al Golden un altro ancora. 


Discussione interminabile su quale scegliere per fare comitiva e poi si partiva (Accalcati in auto perché l’avevano in pochi) Si arrivava. Il film era già iniziato (pare strano ai ragazzi di oggi) e si entrava lo stesso … tutti in piedi al buio, non si vedeva un accidente … c’era sempre nella brigata, il cretino che camminando faceva finta di scendere da un gradino … e tutti dietro a strisciare i piedi … sorridete?  Poi dopo qualche minuto, si intravedevano le teste degli spettatori e, dove mancava la testa era chiaro che ci fosse il posto libero, e piano piano ci si sistemava, scusi, permesso, silenzio! Si guardava la fine del film e poi dopo che la sala si svuotava alla fine della proiezione, prima che entrassero gli altri, ci si posizionava tutti vicini, cercando di combinare le coppie …   ovviamente rimanevamo anche oltre il momento in cui eravamo entrati, in genere sino alla fine. Quindi il cinema oltre che arte e spettacolo, era un’occasione sociale, si parlava, si scherzava, si rideva, si pomiciava … si iniziava la vita con questi riti di gruppo.
Bei tempi? Non so, a me piacevano molto, mi sembravano più genuini.
Altro rito di gruppo degli anni settanta, erano le feste in casa. Come,  non sapete cosa sono??
La festa in casa si teneva in genere il sabato pomeriggio, intorno alle 4, in casa di qualcuno i cui genitori erano assenti. Momenti rari e quindi si approfittava e ci si imbucava dovunque. Qualcuno portava i dischi, il giradischi di Selezione era già lì, come nelle case di altri milioni di italiani, fantastico col suo cambiadisco automatico …  



(la musica era una fonte incredibile di discussioni e litigate, ma alla fine si ballava) qualcuno voleva i lenti per accoppiarsi con la scusa del ballo, qualcuno voleva la dance perché non aveva coraggio di fare coppia, alcuni rimanevano in piedi attaccati ai muri come la tappezzeria, con una bibita in mano fingendo sufficienza per mascherare l’orrore dell’impasse. Ma insomma la festa iniziava con le tapparelle rigorosamente abbassate e andava avanti fino alla notte, ma non si faceva mai tardi anche perché ci si spostava  a piedi, coi mezzi, o i più fortunati con un “ciao”. Avevamo i pantaloni a zampa d’elefante e la vita alta e i colletti delle camicie a deltaplano, ma ci sentivamo fighi e terrorizzati allo stesso tempo. 



Non esistevano telefonini, si organizzava tutto col telefono di casa, possibilmente in gran segreto, e con le scampanellate a casa degli amici. Ancora Tony Manero non era conosciuto.






lunedì 28 settembre 2015


Del giornalismo e dei media, dei TG e altre cagate.

In questo periodo, complice la mia situazione precaria, mi sono ritrovato ad avere di nuovo una televisione nella casa dove vivo provvisoriamente, dopo anni che non ne possedevo una.
Dal 2009 al 2013 sono sopravvissuto senza TV, naufrago reietto in un mondo schiavo del plasma (in altri tempi avrei scritto “tubo catodico”, ma la tecnocrazia avanza e non fa prigionieri)
Sono sopravvissuto direi bene, ho impiegato il mio tempo libero (quantità mostruosa e destabilizzante – provate a fare un po’ di conti - ) per scrivere tre (3) libri e magari avrei scritto di più se solo non avessi avuto bisogno di lavorare. Tra l’altro un personaggio di un mio romanzo, in un accesso di sconforto e rabbia, sfonda con un piccone lo schermo della sua vecchia TV, lasciando lo stesso piccone dentro l’apparecchio e gettandovi all’interno il telecomando. Simbolo enfatico di un definitivo e violento rifiuto all’accettazione silenziosa del brodo quotidiano. Nonostante l’indubbio fascino magnetico che lo schermo colorato mi trasmette, osservo da tempo i programmi con distacco, cercando di coglierne i significati malcelati.

Non ho accesso a piattaforme varie di intrattenimento e quindi bevo il brodo base, la minestra economica. Direi il menù turistico: primo, secondo, contorno, bevanda e caffè, dieci euro.
Da pubblicitario poi, mi soffermo quasi di più a leggere i messaggi e i contenuti degli spot.
Non voglio soffermarmi sui palinsesti e sui format, che meriterebbero molto più spazio e tempo, ma voglio soffermarmi sui contenuti giornalistici dei media moderni. TV e internet.

Le regole cardine del buon giornalismo di scuola anglosassone sono note e racchiuse nella regola delle 4W+H :

Chi?  Who
Quando? When
Dove? Where
Perchè? Why
Cosa? What
Come? How

Quindi, passando da questo setaccio interpretativo tutti gli articoli redatti ogni giorno, si arriva allo schifo di giornalismo becero e triviale che abbiamo davanti e che dovrebbe servirci per costruirci un’opinione (caso mai contasse qualcosa ai fini elettorali) su un fatto politico, sociale o di cronaca.
Il sacrosanto diritto all’informazione diventa un teatro di nefandezze da bassifondi, uno spettacolo splatter dove vince chi crea più ribrezzo nello spettatore che ormai si è quasi assuefatto, ed ha bisogno di dosi sempre più forti di sangue. Ma come avviene questa trasformazione? Da quando la forma è padrona della sostanza?

Più o meno queste regole giornalistiche vengono applicate così:
Il signor Johnes
Stamattina alle 10,07.
A New York . Nella cucina del suo appartamento.
Ha ucciso sua moglie.
A causa della sua mania per lo shopping.
L’ha colpita con un corpo contundente.


La notizia (ovviamente inventata) prende vita e man mano che passano le ore e le agenzie che la “battono”, si modifica e cresce non nei suoi contenuti, ma nel fango e nel sangue che la ricopre. Così dopo poche ore sentiamo del signor Johnes,  individuo solitario e schivo che passava il suo tempo tra bar e siti pornografici, nel suo sudicio appartamento invaso da topi e scarafaggi (con intervista ad alcuni scarafaggi frequentatori della sua casa) in un raptus di follia e al culmine di una ennesima lite con sua moglie, colpevole di usare i pochi soldi di casa per comprarsi dei collant, afferra un cacciavite e con diabolica ferocia, crivella la donna di colpi. 72 in tutto, soprattutto al viso e agli organo genitali. Ecco a voi le foto di ciò che rimane della povera donna. E via sanguinando.


Così, il TG invece di diventare occasione di informazione e dibattito in casa, diventa una sequela di trailers da film horror, proprio durante la cena. E si affetta il pane o si soffia sul risotto con l’occhio allo schermo, e invece di piangere per le notizie,  si pensa al secondo, alle patate che si sono attaccate, maledizione e altre amenità del genere, mentre la propria coscienza viene sotterrata, e va a farsi fottere, e allora io mi chiedo:
Chi? Chi ha stabilito che mi devo informare in questo modo e con questo stile? Chi ha stabilito che io debba ascoltare solo questo tipo di notizie?
Quando? Quando è iniziata questa moda trash e perché nessuno ha arginato il fenomeno riducendoci all’indifferenza emotiva?
Dove vogliono arrivare continuando così?
Perché nessuno e dico nessuno, cambia registro? Tutte le reti si copiano e competono su chi vomita meglio, su chi ha le scariche di diarrea che arrivano più lontano, su chi ha i giornalisti più aggressivi, faziosi fino alla nausea e tendenziosi che fanno finta di dibattere, ma non lasciano mai spazio alla controparte.
Cosa e ripeto, cosa provoca in ognuno di noi un’informazione di questo genere?

Ve lo dico io cosa provoca.
Provoca Paura.
Provoca Razzismo.
Provoca invidia e insoddisfazione.
Provoca rabbia.
Provoca indifferenza. Il peggiore dei mali.

Ma fa audience! Tutta lì la mission del giornalista nouvelle vague, l’audience, per far contento il capo.
L’horror fa audience, ascolti, picchi di vette dei monti di denaro. I video più violenti diventano virali e si rincorrono di spettatore in spettatore, c’è sangue, qualcuno muore, muore male. Facciamo audience. Dietro al paravento trasparente dell’informazione, neanche tanto nascosta, c’è una vecchia e grassa baldracca che conta i denari.

Meno male che c’è l’intrattenimento, wow! Stasera c’è NCIS o come diavolo si chiama … allora sì che potremo vedere nei dettagli come il cacciavite del signor Johnes è entrato negli organi genitali della moglie e da dove ne è uscito, con dovizia di slow motion a colori vivissimi. 

E questo deleterio seminare nelle nostre menti viene fatto con metodo e dedizione, giorno dopo giorno, anno dopo anno e come pretendete che non abbia effetto?

Ecco il mondo intorno a noi signori! Violenti, insoddisfatti, arrabbiati, insensibili, opportunisti, e via discorrendo. I figli dei media del vomito. Venghino signori venghino a vedere lo spettacolo. Ecco i frutti delle vostre coltivazioni mentali, ecco i risultati dei vostri esempi. Ecco lo scempio dell’animo umano!

Ma io voglio rimanere un uomo che si commuove, un uomo che piange. Un uomo.

Non mi rimane che cambiare canale? Non credo.

Spegnere direi, oppure, cambiare pianeta.